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INTELLIGENZA; COME MISURARLA?

INTELLIGENZE: QUALI DIFFERENZE?

PROGETTO PER LO STUDIO DELLE INTELLIGENZE - UMANE E ARTIFICIALI

1.      Intelligenze – perché?

Quando alcune parole divengono abusate,

occorre ridefinirle come una dottrina dopo una eresia.

T.S. Eliot

 

1.1.   Il valore del plurale

La titolatura al plurale di questa breve digressione sulla Intelligenza non è casuale ma anzi ha un doppio valore.

 

In primo luogo, oggi è quasi impossibile parlare di Intelligenza senza metterci vicino altre qualificazioni.

Il lettore curioso[1], infatti - almeno lui! -  abituato a sfogliare gli inserti domenicali più interessanti (es. quelli del Sole24ore - con l’ottimo inserto NOVA - o del Corriere della Sera, o di Repubblica) o a leggere i magazine settimanali (come Internazionale; e sempre quelli dei giornali succitati) o infine a navigare nei blog migliori del web, avrà certamente notato che da qualche tempo non passa giorno che non si leggano articoli molto seriosi e importanti su un grande tema: proprio l’intelligenza.  Beh; che male c’è direte voi; si tratta di un tema molto importante! Sì; attenzione però - come se l’Intelligenza Umana fosse ormai un settore scientifico assodato e perfettamente conosciuto -  oggi si parla solo e sempre di Intelligenza Artificiale!

  

Ohibò; non è curioso? Non siete d’accordo? E, aggiungiamo subito, dopo un anno stranissimo come il 2016 in cui due fatti esplosivi (Brexit e l’elezione di Trump) hanno seminato lo scompiglio tra studiosi sociali e politici e lo stesso vasto pubblico, nel senso di farci capire che non conosciamo affatto i meccanismi decisionali dei votanti e soprattutto il modo con cui si formano le opinioni, le conoscenze, ed infine le “distorsioni” (con tutto il clamore su Bias, Fake, Post-truth disinformazione, polarizzazione, ecc).

 

E se ancora dopo aggiungessimo che in realtà lo studio scientifico dell’intelligenza umana c’è in vero stato; ed ha raggiunto il suo picco negli anni ’90; e dopo lotte furiose e diatribe continue ha lasciato sul terreno solo cadaveri, perché in sostanza non c’è alcun accordo largamente condiviso su cosa sia l’intelligenza umana, cosa pensereste?  

 

In secondo luogo, il plurale rende omaggio a Paul Erlich quando nel 2000 - volendo scrivere di un altro contestatissimo argomento, la Natura Umana – decise subito per il plurale (Paul Erlich - Le Nature Umane – Edizioni Codice).

Perché? Erlich lo spiega ovviamente nel suo libro, ed in apertura afferma: “All’alba del nuovo millennio, l’assunto di una singola e durevole natura umana è ancora largamente diffuso, ma a mio parere è diventato un pesante blocco sulla strada della comprensione di noi stessi. La “natura umana”, intesa some singolo concetto porta in sé l’erroneo convincimento che le persone possiedano un comune bagaglio di rigide inclinazioni comportamentali, definite geneticamente, che difficilmente sono modificate dalle circostanze”.

 

Orbene, prendete “Intelligenza” e sostituitela qui sopra a “natura umana” (se volete per pignoleria sostituite “QI - il famoso Quoziente d’Intelligenza” a “inclinazioni comportamentali”)  e tutto il discorso di Erlich ritorna perfettamente. D’altronde perché stupirsi? Non è forse l’Intelligenza (maiuscola; estesa; non quella strettamente definita magari dal QI) una delle qualità mentali più connotanti della natura umana?

 

Esiste nella cultura scientifica di oggi, tutta un’area di sovrapposizione tra concetti come: intelligenza, coscienza, conoscenza, cognizione, ecc. Ne fornisce una buona panoramica Julian Jaynes nel suo famoso libro “Il crollo della mente bicamerale”, un’affascinante ricostruzione di una possibile evoluzione filogenetica della mente, che poco tempo fa ha ispirato la serie televisiva di grande successo Westworld. In questa breve panoramica eviteremo assolutamente di entrare in questo territorio, perché non ne usciremmo vivi. Basta leggere un libro di Daniel Dennett per essere colti da attacchi di vertigini, e ricordare che il “golden problem” della scienza (e filosofia/epistemologia) moderna è il rapporto cervello/mente, di cui uno dei massimi esperti è Christof Koch (vedere ad esempio “Una Coscienza” – edizioni Le Scienze).

 

Resta una semplice osservazione: tutte queste branche delle nostre scienze (hard e soft) alla fine devono fare i conti con una sola banale osservazione: al loro centro c’è il cervello umano; e di questa miracoloso prodotto dell’evoluzione naturale ne sappiamo ancora troppo poco; di certo troppo poco per fondarci sopra affermazioni scolpite nella pietra come fecero gli Psicometristi, creatori del QI[2], come Goddard, Terman, Spearman fino a Jensen, e che 100 anni fa sottoscrissero senza esitazioni che “le persone possiedono un QI, definito geneticamente, che difficilmente è  modificabile dalle circostanze”.

 

Permetteteci una breve divagazione sul cervello umano e cosa ne sappiamo oggi.  Intanto fino a pochi anni fa si affermavano banalità sconcertanti come “perdiamo milioni di cellule nervose al giorno, non rimpiazzabili”, e poi “utilizziamo solo il 10% delle nostre facoltà”, ecc. La ricerca si era concentrata nel determinare la mappatura delle funzioni cerebrali nelle singole aree cerebrali, tramite le nuove sofisticate tecniche di imaging. La scoperta dei neurotrasmettitori aveva dato vita ad un enorme settore industriale: la produzione di psicofarmaci che promettevano di sradicare gran parte delle patologie neurologiche.

 

Dove siamo oggi?

 

Intanto, umilmente, gli psichiatri hanno dovuto ammettere che gli psicofarmaci funzionano pochissimo, e se funzionano non sappiamo bene perché. Addirittura un medico Inglese ha deciso che una molecola, MDMA (banalmente: l’Ecstasy) potrebbe essere LO psicofarmaco ad ampio spettro del futuro, tanto da paragonarlo ad una sorta di “antibiotico a largo spettro” (contro la depressione). Su Scientific American si sono fatte le lodi di un altro nuovo e promettente farmaco: la Ketamina. Da dove viene? Si tratta nientemeno che di un anestetico per cavalli. Una recente notizia riguarda 50 ricercatori (riuniti nell’iniziativa HiTOP), che vogliono rivoluzionare completamente l’attuale sistema di classificazione dei “disordini mentali” (il DSM oggi alla versione 5), perché giudicato non più valido. Insomma, fatti i debiti rapporti, sarebbe come se i chimici dovessero dichiarare obsoleta la tavola di Mendeleev. Non certo un bel segnale per lo stato dell’arte della nostra conoscenza del cervello.

 

Continuando, il “pianeta cervello” ha rivelato una plasticità sconvolgente: alla faccia di tanti anni di localizzazioni funzionali per aree, oggi non solo vediamo cervelli completamente rimappati a seguito di lesioni o infezioni; ma addirittura casi di soggetti nati con mezzo cervello, che vivono una vita quasi normale! Altro argomento popolare: le funzioni sono divise tra destra e sinistra; con un lato razionale ed uno artistico; ecc. Peccato che qualche tempo fa si è proposta una diversa e più utile divisione: tra sotto e sopra! Sempre poco tempo fa il modello “neurone con un assone e varie migliaia di dendriti”, è stato rivoltato da capo a piedi presso il Salk Institute. Utilizzando nuovi algoritmi accoppiati ad un nuovo microscopio elettronico, gli scienziati si sono accorti che il cervello per ottimizzare le sue prestazioni è capace di variare nientemeno che la dimensione delle sinapsi; producendo un aumento immediato ed inaspettato nella capacità totale di calcolo.

 

Insomma non passa giorno che le scoperte sul cervello non modifichino parecchio il nostro modello. Scienziati come Wolpert, Hawkins, Berthoz, hanno ribaltato l’obsoleta visione del cervello come calcolatore, per portarlo molto più vicino ai modelli che provengono dalla AI. Secondo loro la funzione principale del cervello umano è una sofisticatissima capacità di adattamento (per Wolpert: il movimento!) tramite il filtraggio predittivo dell’enorme quantità di dati in ingresso (nessuno pensa mai ai BIG DATA provenienti dai sensi che qualunque povero essere umano deve maneggiare in tempo reale, magari semplicemente passeggiando; per non parlare poi di chi guida un’auto a 140 km/h spippolando su uno smartphone..). Consiglierei ILC di leggere per esempio “On Intelligence” di Hawkins.

 

Due numeri per condividere una cosa: la “capacità di calcolo / memoria” del cervello è di una vastità inimmaginabile. La formula che ne fornisce la dimensione MINIMA è “ due alla N alla seconda” (doppio esponenziale). Essa è contenuta (senza dimostrazione, che ho dovuto ricavare da solo) nel godibilissimo libro di Heinz von Foerster “Sistemi che Osservano”. Ciò tra l’altro nell’ipotesi (molto minimale) che un neurone abbia solo un collegamento (sinapsi) verso un altro. Sostituite N con 100 Miliardi (secondo altri 1000), il valore più comunemente accettato per il numero di neuroni nel cervello. Un doppio esponenziale cresce da una velocità pazzesca: già con N = 5 abbiamo 33 milioni; con 6 si ha 68 miliardi. Pensate con N = 100 miliardi! Come si dice in Amélie: un numero di molto maggiore degli atomi nell’universo.

 

Allora, per concludere estremizzando leggermente la cosa – sempre per incuriosire il lettore ovviamente – dovremmo umilmente concludere che definire scientificamente concetti belli ma platonici come  “natura umana” ed “intelligenza umana” dovrebbe far tremare i polsi a chiunque. Poiché essi affondano le loro radici nel cosmo quasi infinito del cervello umano; e di quello oggi sappiamo molto poco (anche se molto ma molto di più di qualche decennio fa).

 

Per concludere questa introduzione: perché si è sbagliato così tanto? Consiglierei a questo punto di leggere il bellissimo libro di Stephen Jay Gould: “The Mismeasure of Man”. La risposta sta lì ed è semplicissima: perché sotto sotto si è agitato il mostro profondo e potente del razzismo. Lo studio del QI forse è il primo terreno dove Gould ha potuto dimostrare che un pregiudizio profondo (oggi diremmo bias cognitivo) aveva inquinato sin da subito tutte le fonti.

1.1.   Il senso comune e l’antipatia dell’intelligenza

Torniamo ora nella nostra quotidianità per fare qualche considerazione “leggera”. Una domanda viene subito alla mente: perché il solo parlare di intelligenza può provocare una reazione di fastidio? Perché in genere il tema dei TI (o dei TEST tout-court)  – pensiamo all’Italia: la proposta di numero chiuso nelle Università, tramite ovviamente dei Test; l’introduzione dell’Invalsi – è così fortemente avversato dall’opinione pubblica (e dal corpo insegnante)?

 

Intanto misurare qualcosa che venga etichettata come intelligenza, o si avvicini ad essa, con la sua potente aura di valutazione e giudizio – a chi fa piacere sentirsi stupido? – non è un fatto banale che possa lasciare un individuo senza sentire ansia – cosciente o meno.

 

Inoltre si potrebbe notare che  tutte le attività spontanee – come respirare, camminare – sono sempre piuttosto ostiche da analizzare; non ci vogliamo pensare su; sono nostre, spontanee, intrinseche al nostro essere; ci sono e basta; le facciamo da quando siamo piccoli. Eppure come giustamente faceva notare Robin Williams nel bellissimo film “L’attimo fuggente”, proprio per questo dovremmo analizzarle. Il geniale prof. Keating porta la classe nel cortile ed obbliga ognuno a “trovare il proprio modo di camminare”.

 

Per la respirazione, essa è uno dei cardini nelle tecniche dello Yoga; ed in occidente del Training Autogeno, o della Mindfulness. Chi si occupa allora dell’intelligenza? Ovviamente, direte voi, la scuola.

E qui l’antipatia continua; anzi si specifica meglio portando acqua al nostro mulino perché l’antipatia massima si cristallizza proprio ovviamente verso la regina delle scienze: la matematica.

 

La correlazione d’altronde è facile: non saper dimostrare un teorema (od un fenomeno/legge in Fisica) correla subito col non saper ragionare e quindi col NON essere intelligenti. D’altra parte i matematici sono sempre stati visti come freddi, scostanti, senza cuore, quasi come androidi. Ai miei tempi non potevo uscire con le ragazze e dichiarare che studiavo matematica: scappavano subito. Dopo un po’ mi iscrissi “virtualmente”  a lettere.

 

Torniamo alla scuola. Già allora si impara a distinguere.  Quello è il “primo della classe”..  ma perché è un secchione, o perché è veramente intelligente (studia poco e rende molto)? Quello è intelligente ma arrogante e insopportabile; o uno “simpatico e sveglio”? Iniziamo quindi a diffidare dell’intelligenza “misurabile” ed a preferire quelle “forme di intelligenza” che intuiamo quando incontriamo una persona: il modo di parlare, preciso, logico, consequenziale, in buon Italiano; oppure lo sguardo che ci appare intenso e profondo; oppure la velocità nel valutare situazioni e decidere; o infine mille altri aspetti che a posteriori non sapremmo neanche definire ma che il cervello umano che è una fantastica macchina per il “pattern recognition” ha invece ben raccolto e catalogato.

 

Sul lato negativo, l’intelligenza può anche diventare troppa: tutti abbiamo avuto amici “eccentrici”, in cui la loro intelligenza tendeva ad esagerare, ad essere ostentata, a perdere quasi di umanità. Apprendiamo con orrore che alcuni dei giovani killers americani “alla Columbine” andavano bene a scuola. Ci nasce il dubbio che l’intelligenza da sola non sia di per sé un bene (né per l’individuo, né per la collettività), a meno che non sia accompagnata da altre qualità.

James Flynn ad esempio, il più grande studioso vivente di questa materia, ritiene il QI talmente inutile come misura di una “intelligenza sociale” pregevole, che ha inventato di sana pianta un suo test (il FISC: Flynn Index of Social Criticism ). Le sue straordinarie teorie sul Pensiero Critico sono contenute in vari libri.

Flynn, insieme e più di Gould, è stato uno strenuo critico della “scienza mainstream” dei TI/QI.

 

Per divertirci, andiamo ora nel campo opposto: quello della stupidità (che tecnicamente sarebbe un valore che rientra in certi parametri bassi di QI; vedremo dopo quelli di Goddard). ILC può leggere con godimento il famoso “Allegro ma non troppo” di Carlo  Cipolla, con le famose “Leggi della Stupidità”; e “L’imbecillità[3] è una cosa seria” di Maurizio Ferraris. Se proprio ha voglia e tempo c’è anche “Il discorso sulla stupidità” di Robert Musil.

 

Aggiungerei a questa breve lista anche qualcosa sugli errori; perché una persona intelligente dovrebbe farne pochi.

In primis metterei Joseph Jastrow, che già nel 1941 con “La storia dell’errore umano” ebbe voglia di affrontare pienamente il problema; e poi Joseph Hallinan con “Why we make mistakes”; e per finire in bellezza Ernst Mach con “Conoscenza ed errore”. Altro libro estremamente godibile per un esame dell’umana inestirpabile e profondissima tendenza a “credere di tutto” (anche senza uno straccio di prova), è “Sei cose impossibili prima di colazione” di Lewis Wolpert. Un libro tornato di grande attualità con la “Post-Truth”.

 

La situazione per fortuna migliorò recentemente col cinema.  Stranamente (per noi) si vide finalmente il grande pubblico apprezzare film sulla vita di alcuni matematici (Sidis, Nash, Turing, Ramanujan). Leggemmo con grande sorpresa che l’Università di Oxford anni aveva effettuato una survey interna e aveva trovato che il fascino maschile presso le donne dipendeva da una triade: intelligenza, humour, educazione. Sui social oggi è facile trovare altre survey di questo tipo, ad esempio: quella di Independent (11 tratti comuni delle persone molto intelligenti); quella del WEF (lauree e intelligenza); ecc.

 

Su questa scia abbiamo visto con piacere arrivare sul mercato i giochi di “Brain Age” su Nintendo del Dr Kawashima (ben 19 milioni di copie vendute dal 2004); il sudoku; i quiz matematici su Le Scienze. Da pochi anni anche il mondo delle APP ha iniziato a sfornare una classe di giochi che proclamano di migliorare l’intelligenza, come LUMOSITY o PEAK. In libreria, dopo dei best seller di Edward De Bono (Il pensiero laterale) e di Tony Buzan (sulle “mappe mentali”), ricorderei a ILC i numerosi libri di Paolo Legrenzi.

 

1.2.   L’intelligenza – prime definizioni formali

Ma cosa potremmo dire, così su due piedi, dell’intelligenza?

Ognuno di noi probabilmente ne ha una sua visione e percezione diversa.

Chi penserà in primis al modo di parlare (preciso, conciso, chiaro, logico); chi ad uno spiccato senso dello humour; chi alla capacità di prendere decisioni veloci ed efficaci; chi alla capacità di risolvere brillantemente un problema di vario genere; chi alle capacità di acquisire informazioni, con sobrietà analitica (non troppi dettagli) e poi con sintesi efficaci (non troppo lunghe, ma non troppo semplicistiche). Alcuni aggiungeranno anche altre qualità: come saper ascoltare; non essere ossessivi; non cercare di aver ragione a tutti i costi; saper collaborare costruttivamente accettando e proponendo compromessi validi; possedere empatia nel dialogo con gli altri; alla fine, perché no, possedere un barlume di quella misteriosa e magnifica qualità umana a cui tutti nella nostra lunga vita dovremmo tendere: LA SAGGEZZA.

 

Se siete d’accordo, allora siete mille miglia più profondi e sofisticati dei teorici dell’intelligenza che per cento anni hanno discusso e studiato e definito l’Intelligenza! Su Wikipedia (soprattutto quella in Inglese) potrete trovare parecchi articoli (non molto approfonditi) e  moltissime definizioni (confessiamo: noi non abbiamo fatto alcun “taglia e incolla” come va molto di moda oggi). Per non perdere tempo ve ne proponiamo una sola, quella di Linda Gottfredson, che nel 1994 fu chiamata a capeggiare un gruppetto di scienziati che avrebbero dovuto dirimere “la guerra dell’Intelligenza” (vedere dopo).

 

Essa scrisse: “Intelligence is a very general mental capability that, among other things, involves the ability to reason, plan, solve problems, think abstractly, comprehend complex ideas, learn quickly and learn from experience. It is not merely book learning, a narrow academic skill, or test-taking smarts. Rather, it reflects a broader and deeper capability for comprehending our surroundings-“catching on,” “ making sense” of things, or “figuring out” what to do.”

 

Subito dopo Linda ci tiene a dire che:

  1. Definita in questo modo, l’Intelligenza può essere MISURATA molto bene (con i vari TI/QI); anzi tali test sono tra i più accurati (cioè affidabili e validi) tra tutti i test psicometrici;
  2. I Test non misurano però cose come “creatività, carattere, personalità o altro” (Notare bene questa curiosa lista di tre qualità “psicologiche”, del tutto estranee al tema, e certamente non misurabili; da un’esperta mi aspetterei altro)
  3. Tutti i vari test misurano la stessa cosa; una generale intelligenza di fondo;
  4. Tale misura varia tra individui in modo continuo e descrivibile da una Bell Curve – e cioè una “curva normale a campana”). La gran parte della gente si raggruppa sul valore 100; il 3% degli americani va oltre 130; e sempre il 3% va sotto 70;
  5. I TI NON sono culturally biased (vale a dire: verso i neri);
  6. I processi neurali che sostanziano un QI (più o meno brillante) sono totalmente ignoti (in termini di causalità); si congetturano correlazioni con velocità di trasmissione neurale, consumo di glucosio; generica attività elettrica del cervello).

 

Non sembra un granché; che ne dite?

Gli esperti come Linda hanno insistito che se si vuole essere un pochino scientifici, l’intelligenza deve essere connotata come una  “abilità cognitiva” (come l’ha definita Murray) che sia misurabile in modo empirico, standardizzato e riproducibile. La migliore misura prodotta dagli psicometristi è il QI  (Quoziente d’Intelligenza; in inglese IQ), e dalla fine del 1800 sino ad oggi essa è l’unica misurazione largamente accettata da tutte le istituzioni del mondo (sia accademiche/governative che private). I vari test (oggi più di 50) sono tutti correlati tra loro e rappresentano un CORPUS inattaccabile. Inoltre, dato che i vari test nel tempo hanno pensato bene di misurare DIVERSI tipi di Intelligenza, e questi diversi tipi si rivelano correlati tra loro, gli statistici hanno deciso che sotto ci doveva essere una “general intelligence” (indicata da Spearman con “g”), decisamente innata, genetica e immodificabile. Richiesti di spiegare un po’ meglio cosa fosse, la vaga risposta fu “una specie di energia”.  Quando la ribellione degli anti-QI, che tacciavano giustamente questa “intelligenza fantomatica” come puro artifizio matematico, del tutto inutile per ulteriori ricerche causali, la risposta finale di un certo Boring fu: “L’intelligenza si deve definire quella cosa misurata dai nostri test”. Punto e basta. Così è finita.  

 

Messa così questa parte della storia, saremmo d’accordo con un lettore che, spaventato dall’aridità e dalla presumibile noia dell’argomento, volesse passare subito ad altro (sarebbe una prova di intelligenza?).

 

Quello che faremo, pertanto, è raccontarvi una storia; possibilmente interessante (secondo il vecchio adagio: Dio ha creato l’uomo per sentire storie): storie di umani, ma anche storie di animali e macchine, perché molto curiosamente sono stati proprio loro a farci capire di più come funziona l’intelligenza. Uno dei difetti umani più gravi, secondo noi, è sempre stato quello di dare per scontato il presente: se una cosa ce l’abbiamo (dentro e fuori) nel proprio tempo (“ontologico”), la diamo per scontata, gratuita, quasi senza valore.

2.      Una inflazione di Intelligenza e la Singolarità

Chiediamoci allora, se siamo curiosi, cosa rappresenti questa inflazione di INTELLIGENZA, dopo decenni di silenzio, e di colpo tutta spostata sulle macchine ( o gli algoritmi”).  Cosa c’è che spinge? Cosa c’è sotto?

La questione può essere interessante; anche divertente; e proviamo a fare insieme un rapido excursus.

2.1.   La tecnologia di oggi – la AI

Come al solito, quando le cose si muovono in fretta, ci sono i pezzi da 90 della tecnologia: in questo caso i BIG 4 come Google, Amazon, Facebook; Microsoft. Il loro potere sulla stampa ha riempito i giornali di annunci di investimenti di miliardi di dollari. Le parole d’ordine del giorno sembrano essere BIG DATA, Robotica, Algoritmi, Deep Learning, Machine Learning,  IoT, ecc. Impariamo che la grande svolta è accaduta nel 2008 quando tre articoli scientifici di grandissimo valore hanno sbloccato un “leggero sonno della AI” (nella versione connettivista delle reti neurali, che non riuscivano a superare un limite nel livello di strati intermedi senza impazzire), dando vita alla corrente esplosione di applicazioni ed articoli. I tre giovani scienziati hanno fatto grandi carriere.  

 

Per aumentare il volume di fuoco sono apparsi poi a grandi ondate molti articoli (dapprima più scientifici, poi sempre più divulgativi) su questa esplosione di “Artificial Intelligence” (AI). Per arricchire un poco l’insalata intelligente, citiamo anche altri argomenti all’ordine del giorno come: il ruolo dei Social nelle elezioni ed in genere nella politica; i Fake; la Post-Truth; le auto che si guidano da sole; gli aiutanti vocali come SIRI; la medicina “sistemica” e i robot.

 

C’è un’altra curiosità interessante (o almeno speriamo che v’interessi): in questa sbornia di AI c’è un personaggio – anzi un protagonista -  eccentrico, grande inventore e ora chief futurist di Google: Ray Kurzweil.

Egli è diventato famoso più che altro per una profezia, denominata colloquialmente “Singularity”, la quale allude al momento prossimo venturo (sull’intervallo preciso si hanno grandi discussioni) in cui le macchine diventeranno intelligenti come noi. Ora, se siete preparati e sospettosi, come Ray, capirete subito che la cosa non si ferma certo lì. “Come noi” vuol dire – dati i ritmi esponenziali di crescita delle tecnologie; e qui parliamo di macchine che imparano da sole – che UN MOMENTO DOPO le macchine /algoritmi diventeranno infinitamente più intelligenti di noi! Ma non basta; il bravo Ray getta sul tavolo il colpo finale e si chiede ( e ci chiede): a quel punto che bisogno avranno di noi? Ci stermineranno come mosche inutili? Eh.. cattivello Ray; dopo anni ed anni di film di fantascienza catastrofici come Terminator, chi è che non rabbrividisce?

 

A parte il fatto che – per restare nel cinema e nello scherzoso – è uscito poco tempo fa un altro film di SF come Transcendence, con Johnny Depp nel ruolo principale, molto più profondo ed ottimistico, che però evidentemente non ha lasciato traccia nell’inconscio collettivo - resta da osservare che questa preoccupazione di Ray è stata presa in modo estremamente serio da da personaggi del calibro di Bill Gates, Stephen Hawking, Elon Musk, ecc. Essi addirittura adorano e consigliano a tutti di leggere un altro librone catastrofico: “Superintelligence” di Nick Bostrom.

 

Siamo quindi condannati ad una terrificante schiavitù verso le macchine?

Dobbiamo confidare solo e soltanto in qualche revisione delle venerande  tre leggi della robotica di Asimov?

Chi scrive ovviamente non è d’accordo, e qualche considerazione molto leggera possiamo farla subito[4].

 

Sulla stampa americana, intanto, una (sola) voce si è levata a dare un poco di sollievo, con una risposta al quesito di Kurzweil in apparenza di un candore disarmante: “ma perché una intelligenza che per sua natura vuole solo risolvere problemi, dovrebbe acquisire i caratteri di un predatore, cioè i nostri? Non è che il problema sta solo nella mente di chi osserva e giudica?

 

La risposta candida in realtà non è di una persona molto sempliciotta, anzi. Si tratta nientemeno che di Steven Pinker, professore di Harvard, forse poco noto in Italia, ma grande studioso di tutto ciò che riguarda la mente umana. Pinker ha anche scritto recentemente un ponderoso volume dal bellissimo titolo: “The better angels of our nature” per mettere in prospettiva le conquiste umane, in un momento (il dopo 2016) in cui sembra che il mondo stia andando piuttosto male. Pinker non è certo uno sciocco, e la sua riposta forse è più profonda di quanto sembri.

2.2.   Il complesso alla Blade Runner?

La risposta di Pinker apre un enorme spiraglio, e richiederebbe una decisione teorica e concettuale che nessuno ha: ma che ne sappiamo veramente dell’intelligenza? Nel momento che programmiamo macchine che imparano (e credetemi, non è difficile), è evidente che esiste (perfino tra gli scienziati) una irresistibile tendenza antropocentrica a proiettare sul  terreno tutte le nostre paure, i vaghi pregiudizi, le nostre narrative; i miti e le leggende; i Frankenstein e  gli apprendisti stregoni. Mentre sullo sfondo si agitano millenni di confusione tra quello che di volta in volta definiamo “istinti”, “natura umana”, “bisogni”, e chi più ne ha più ne metta.

 

E la prova provata che questa tendenza antropocentrica fa confusioni enormi, lo sappiamo già da decenni su un campo analogo, direi gemello: lo studio dell’intelligenza ANIMALE (vedere dopo).

 

Stiamo semplificando una lunga storia; e va bene, direte voi, gli animali sono carini; ammettiamo di non sapere bene come funzioni il loro cervello e magari smettiamola di paragonarlo solo al nostro: ma qui parliamo dell’umanità!

Ed allora chiediamoci: ma conosciamo veramente bene l’intelligenza umana?

Come si forma; come funziona; come la osserviamo scientificamente e la misuriamo; di che componenti è fatta; come è modellata quando riusciamo a “distillarla” fuori da un organismo umano per metterla dentro un macchina?

 

La risposta è un assoluto NO.

 

In realtà, di intelligenza secondo noi si è scritto, e si parla e si è parlato, troppo poco.

Se l’intelligenza in soldoni è “la capacità di risolvere problemi”, allora dovrebbe essere la cosa più studiata al mondo, soprattutto nella società attuale. Se una volta  il mondo si poteva permettere di avere relativamente pochi geni (raggruppati nelle università e nelle corti monarchiche) che elargivano i loro doni ad una massa molto ignorante, oggi i problemi globali del mondo moderno non lo permettono più. Oggi abbiamo bisogno di una intelligenza molto più diffusa a tutti i livelli della società. Basti pensare a due casi.

 

Primo: all’enorme e pressante problema collegato all’esaurimento delle risorse naturali; alla sovrappopolazione; all’inquinamento dell’aria e dei cibi che mangiamo, in genere prodotti in enormi stabilimenti e distribuiti da enormi catene. Sono tutti problemi che richiedono risposte diffuse e intelligenti da parte del cittadino/consumatore, altrimenti la politica non potrà mai fare nulla contro gli enormi interessi delle multinazionali di ogni settore.

 

Secondo: la violenta (ri)emergenza del populismo.

Non è qui purtroppo neanche tempo e luogo di parlare (magari in un prossimo libro) della vasta congerie di problemi di natura politica emersi nel 2016 con eventi come Brexit e l’elezione di Trump. Hanno iniziato a girare parole come: fake news, misinformation, polarization, ecc. Si è molto scritto sulle motivazioni: rabbia per la crisi economica e la corruzione delle elite; paura del terrorismo e dell’immigrazione che minaccia la propria identità, ecc. A volte si allude all’ignoranza, o all’alfabetismo funzionale.

 

Per esperienza personale, e come si vedrà meglio nel seguito, riteniamo che oggi “nessuno sia ignorante”. Diciamo che molti hanno diverse forme di intelligenza. Anzi, come forse avrebbe detto Jung, assistiamo oggi ad una particolare “inflazione di Intelligenza”. 

 

In sostanza, non sareste d’accordo allora con l’affermazione che i problemi politici di oggi sono in fondo problemi cognitivi? Che un profondo studio di quali forme di intelligenza stanno alla base di come la massa odierna sceglie, consuma e vota, sarebbe prezioso? E che potremmo arditamente equiparare e/o collegare in qualche modo un “progresso dell’umanità” (se esiste) ad un progresso dell’intelligenza - diffusa e collettiva”?

 

E’ ora di ripercorrere quindi la lunga storia dei Test d’Intelligenza. A parte pochi studi (e scontri) antecedenti, la grande guerra sulla definizione e comprensione dell’Intelligenza Umana (diciamo IU), inizia nel 1994 con l’uscita del libro di Herrnstein e Murray “The Bell Curve”. A mio modesto avviso, nel mondo accademico Americano nasce in quel preciso momento una enorme frattura (che si è vista nell’elezione di Trump) tra gli accademici che criticano violentemente quel libro “perché è razzista”, e quelli che lo difendono.  Che succede insomma? I primi accusano i secondi di utilizzare male e addirittura distorcere statistiche e modelli a causa di una mentalità di fondo razzista; mentre i secondi a quel punto inventano la etichetta del politically correct  per definire il contrario: e cioè tutti quegli scienziati che criticano le statistiche (in sé perfette) perché sono troppo innamorati delle loro idee di uguaglianza. I primi hanno il loro campione in Steven Jay Gould; i secondi… ne hanno sin troppi, ed oggi hanno preso di certo il sopravvento.

3.      La risibile storia del QI

Tanto siamo infetti dai modi di pensare passati da generazione a generazione,

che anche i migliori di noi ancora non sanno come cavarsela.

Peter Weiss

 

3.1.   Binet

La storia dei Test d’Intelligenza, che in seguito hanno prodotto un numeretto chiamato QI, inizia in Francia con un certo Alfred Binet. Il sistema scolastico Francese era in pieno sviluppo, e molto lodevolmente il governo voleva un sistema il più possibile obiettivo per valutare se e come aiutare gli scolari meno brillanti. Possiamo solo immaginare quanto fosse caotico e soggettivo il sistema in uso; quante diatribe avesse generato; e come è spesso accaduto in questi casi ci si rivolge a ricercatori e scienziati per vedere se si possa rendere tale processo più neutrale, obiettivo, replicabile: in fondo più GIUSTO. L’incarico fu dato a Binet (1904), ed egli inventò il primo, semplice, standardizzato TI.

 

Non serve dire altro ora – il sistema rispetto a quelli attuali era di una semplicità estrema – ma Binet fu molto abile nel costruire una batteria progressiva di test che desse una misura della “età mentale” dell’alunno. Ricordiamo Binet con gratitudine per la sua sobrietà. Egli considerò il QI solo come uno strumento utile per certi limitati usi scolastici, e rifiutò sempre ogni estensione azzardata a “misura della intelligenza”; tanto meno genetica, ben prevedendo l’uso perverso che se ne sarebbe potuto fare per etichettare una persona.

Binet produsse tre versione prima di morire nel 1911; nell’ultima c’erano 54 compiti, graduati da età prescolare fino all’adolescenza (mid-teen).

3.2.   Il novello TI migra dalla Francia in..

3.2.1.  Goddard

Il successo di Binet colpì molto alcuni colleghi oltreoceano, ed il primo in ordine di importanza fu H. H. Goddard, direttore scientifico alla Vineland Training School for Feebleminded Girls and Boys in New Jersey. Goddard fu il primo ad entusiasmarsi ed a tradurre Binet per essere utilizzato in USA. Inutile dire che egli gettò alle ortiche tutte le cautele di Binet e pieno di ardore come tanti Americani decise che i TI invece erano perfetti per misurare una unica, innata, permanente e definitiva qualità umana che si chiama “Intelligenza”.  Come scrisse Gould: Goddard riuscì in pieno a “reificare grossolanamente una qualità umana così complessa come l’intelligenza”. C’è qualcosa di lui che comunque è rimasta nell’uso colloquiale, e sono i termini: a) idiota; b) imbecille; c) deficiente. Questi termini in realtà nacquero per identificare i soggetti con la “Scala di Goddard” uguale ad: a) minore di tre; b) tra tre e sette; c) tra sette e dodici.

 

Di Goddard, purtroppo, dobbiamo ricordare la sua testarda, assoluta, adamantina convinzione che il QI fosse genetico, innato, ereditato, e praticamente immodificabile. Sulla scia di queste idee egli decise di occuparsi dello spinoso tema dell’immigrazione; andò a visitare Ellis Island; nel 1913 sistemò suo personale ad analizzare gli immigrati. Nei primi gruppi sotto test furono isolati Ebrei, Ungheresi, Italiani e Russi. Goddard decise che la stragrande maggioranza (>80%) erano deficienti. Nasce qui un orribile movimento pseudo- scientifico che porterà alle leggi razziali americane. Ma andiamo con ordine.

3.2.2.  Terman

Se Goddard introdusse Binet in America, Lewis Terman fu il grande architetto del QI ed il suo massimo divulgatore.

Verso il 1916 Terman, allora professore a Stanford, fece una revisione del test di Binet, portando i compiti a 90, estendendone l’uso fino agli adulti, e dandogli quel nome (“Stanford-Binet Test”) che resterà per sempre scolpito negli annali dei TI.  Di Terman vanno ricordate un paio di innovazioni. Da una parte egli riuscì nel trasformare i test (che prima dovevano essere fatti “faccia a faccia” da personale specializzato), in moduli standardizzati gestibili da chiunque. Inoltre fu il primo a porre a 100 il QI “medio” per ogni fascia di età, con una deviazione standard di 15.

 

Queste mosse aprirono la diffusione massiccia dei TI e la loro trasformazione in un business multimilionario. Non solo si cristallizzò l’ostinato pregiudizio che il QI misurasse tout-court l’intelligenza, ma anche questo fatale sillogismo: dato che lo Stanford-Binet misura l’intelligenza, ogni altro nuovo test che correlasse bene con lui, avrebbe de-facto misurato l’intelligenza. Terman era un convinto innatista, e razzista. Egli fu anche il primo ricercatore che per tale atteggiamento provocò una reazione indignata in un giovane giornalista: Walter Lippman.  Possiamo considerare Lippman il primo esponente di un atteggiamento – che è poi quello moderno ed illuminato – del  “politically correct”. Egli intravide e contestò subito, in modo veemente e potente, l’uso repressivo che si sarebbe fatto di questi TI, senza alcuna base scientifica; nascondendo dietro una “pseudo neutralità scientifica” l’uso spregiudicato di complicati algoritmi statistici – poco o punto comprensibili dalle masse e tantomeno dai legislatori – per dare in realtà sfogo a fortissime pulsioni razziste e xenofobe.

 

Ma vediamo un altro capitolo di questa saga.

 

3.2.3.  Yerkes

Robert Yerkes era verso il 1915 professore di psicologia ad Harvard; e probabilmente piuttosto frustrato, perché in tale “empireo”  la psicologia allora non godeva di un elevato status scientifico (una soft-science).  Il suo sogno era quello di elevare la sua materia, e cosa meglio di queste nuove tecniche del QI tutte numeri, statistiche e misurazioni?

La situazione però era ancora caotica. In quell’anno si narra che proprio il sindaco di Chicago fosse risultato deficiente al test di Binet; anzi metà dei soggetti normali per lo Stanford-Binet, risultavano deficienti per le prime versioni del Goddard-Binet. Insomma c’era molto da fare; servivano molti più dati, soggetti, esperimenti. Yerkes ebbe un’illuminazione. Era scoppiata la Prima Guerra Mondiale in Europa, e l’America avrebbe partecipato. Con grande ostinazione Yerkes convinse infine nel 1917 la US-Army a sottoporre a test ben 1,7 milioni di reclute. Bingo! Il paradiso dei TI stava per avverarsi. Yerkes lavorò molto; studiò braccio a braccio con Terman e Goddard;  come Colonnello si inventò ben due complesse batterie di test – alpha e beta – li somministrò ed alla fine della guerra proclamò che “i test QI avevano contribuito a vincerla”.

 

La realtà è ben diversa; i test erano talmente assurdi, la loro somministrazione così complicata, l’esercito così ostile a questo pseudo-professore invasato che si ha ragione di ritenere che i test furono pochissimo eseguiti e punto considerati.

Quello che doveva essere il miracolo dei test ne diventerà un ben palese inferno. Non abbiamo spazio per raccontare tutte le ignominiose stupidaggini, incoerenze e palesi distorsioni contenute in questo scampolo di storia, né riferire ciò che fu scritto a proposito, ovviamente, di tutti i soldati immigrati – da poco o da tanto - di origine non-WASP - che erano presenti in gran numero: Slavi; Russi; Italiani, Polacchi, Ebrei, ecc. – trattati quasi tutti come “deficienti”. Sotto a tutti, comunque, senza sbagliarsi, si trovava il “black soldier”.

 

Yerkes continuò dopo la guerra a sostenere con una quantità di dati, grossolanamente distorti, l’ereditarietà del QI e la necessità di utilizzarlo a fini razziali. Ogni influenza dell’ambiente era esclusa a priori da questa bella gente.

Terman arrivò a proclamare che l’ambiente non c’entrava di certo, visti gli”ottimi orfanotrofi Americani” a disposizione, che avrebbero salvato chiunque dai bassifondi del QI (dei neri)!

 

Qualche nota ulteriore sulle conseguenze di questo test può essere utile.

Dopo la guerra i metodi e risultati di Yerkes furono trasportati dal caso speciale dei soldati, alla popolazione civile in genere. Un certo Brigham nel 1923 scrisse un tomo definitivo dal titolo “A study of American Intelligence”, che fu il veicolo primario per tale contagio al mondo civile. Con queste manipolazioni statistiche venne però fuori che l’intelligenza media dell’Americano era quella di un tredicenne (molti Europei cattivelli sarebbero d’accordo).

 

Infatti nello stesso periodo pare che G.G. Cutten, presidente della Colgate University, proclamasse in una conferenza che: “non possiamo concepire un caos peggiore di una democrazia operante su una popolazione con l’intelligenza media di 13 anni”. Ohibò; non sembra di leggere un articolo di oggi? Fake-News; Post-Truth; complottismi, Social Trolls, Haters, ecc: forse dopotutto non siamo caduti in basso; ci siamo sempre stati!

 

Infine nel 1924, il feroce bias razzista di questo gruppo di studiosi ebbe il successo sperato: il congresso varò il famigerato “Restriction Act” sull’immigrazione verso gli Stati Uniti. Da ricordare, per noi, che una le nazionalità più colpite furono proprio gli Italiani (insieme agli ebrei dell’est-europa).

 

Contemporaneamente – in questo brodo di primordiale razzismo – molti stati Americani introdussero leggi di tipo “Eugenetico”: e cioè la forzata sterilizzazione di individui inferiori e potenzialmente rei di “abbassare la qualità della razza Americana” se si fossero lasciati accoppiare a volontà. Si iniziò nel 1897; ci si allargò a macchia d’olio fino al 1920 e poi si continuò in alcuni casi. L’Eugenetica in USA era così popolare e sostenuta ai livelli più alti, che nel 1928 c’erano più di 300 corsi universitari nel paese. I corsi vertevano ovviamente su come migliorare la razza con tecniche di “breeding” come facevano da tanti anni gli allevatori di cani. Le “razze pregiate” da incrociare e conservare erano gli Scandinavi, i Germanici e gli Anglo-Sassoni. Tutti gli altri ovviamente erano da castrare.

 

Oggi infine – grazie ad un recente libro di James Whitman: “Hitler’s American Model: The United States and the Making of the of the Nazi Race Laws” – sappiamo una cosa terribile: che l’Eugenetica americana non fu influenzata da quella tedesca; anzi avvenne forse il contrario. Infatti nel 1934 un gruppo di giuristi del reich si riunirono per progettare le leggi di Norimberga per la purezza della razza. Abbiamo tutti i resoconti. Si narra di un viaggio di studio di 45 giuristi tedeschi che nel 1935 andarono a New York, accolti con entusiasmo dagli esperti americani in Eugenetica. I tedeschi apprezzarono molte cose: dall’Immigration Act alle pratiche Eugenetiche, con sotto tutto l’apparato statistico-razzista di cui abbiamo parlato. La convergenza su come identificare le “razze pregiate e/o quelle spregevoli” fu grande.  

3.2.4.  David Wechsler

Facciamo ora un fast-forward fino al 1939, perché è in quell’anno che Wechsler – il grande sistematore finale dei TI – pubblica la sua prima Wechsler-Bellevue Scale. Da allora “Wechsler” diviene per noi moderni il TI più famoso e diffuso – il “gold standard” dei test - di sicuro nel mondo anglosassone ma probabilmente anche in tutto il resto del mondo. Ce ne sono due versioni base: quella per adulti (WAIS) e quella per bambini (WISC). Ogni 3-5 anni ne esce una nuova versione ad opera della “Psychlogical Coroporation”.

3.3.   Ma cosa c’è sotto il QI?

Abbiamo lasciato per ultimo – dopo questa breve storia dei TI/QI – un altro argomento spinoso.

Esso prese forma in partenza come puro esercizio statistico – ad opera dell’inglese Charles Spearman -  il quale introdusse per primo il famoso concetto di “General Intelligence Factor” identificato da una letterina “g” (minuscola).

Spearman era un adoratore delle correlazioni ed un abile utilizzatore di quella tecnica denominata “factor analysis” .

Egli osservò subito – spulciando la grande quantità di dati dei test a sua disposizione – che i vari sub-segmenti dei test, che misuravano quindi differenti sub-segmenti dell’intelligenza – erano tutti correlati tra loro.

Pertanto con un grande “Eureka!” ipotizzò che tale correlazioni provenissero da una “fonte sottostante”; una specie di “deposito bancario fondamentale” da cui tutte le varie forme d’intelligenza specifica attingevano.

Egli indicò questo general factor con g; indicò con “s” le varie sotto-intelligenze, e decise per finire che quella s che si correlava di più con g sarebbe stata di certo la forma di intelligenza “più profondamente umana” (ecco: non animale, quindi!).  

 

Dopo Spearman, la trattazione del “g” si complicò per gli interventi di Cyril Burt e poi di Thurnstone. Non si può quindi andare più a fondo; basterà ricordare una sola cosa: Thurnstone intervenne perché dimostrò che con un semplice artifizio matematico (la rotazione dei vettori utilizzati per la proiezione dei dati) la gloriosa “g” spariva del tutto! Non serviva proprio più a niente come fattore esplicativo. Ma il mondo psicometrico alla fine ignorò Thurnstone. 

3.4.   Ed oggi – come è finita?

 

Che si può dire oggi? Lascio il lettore decidere considerando come la storia è andata a finire.

Nel 1996 il caos è tale che ben due gruppi si muovono per portare la luce definitiva sulla oscura questione.

L’APA (American Psychological Association) conferisce ad un gruppo di esperti (capeggiati da Ulrich Neisser della Emory University) di produrre lo stato dell’arte sui “test di intelligenza” (il lavoro venne chiamato “Intelligence: Knows and Unknows”). Nello stesso anno, curiosamente, un gruppetto di studiosi capeggiati dalla Linda Gottfredson si offrono di produrre e pubblicare sul Wall Street Journal un elenco condiviso di affermazioni sul tema dell’Intelligenza. Questo report molto presuntuosamente vine chiamato “Mainstream Science on Intelligence – with 52 signatories”, e viene anche ripubblicato nel 1997.  Dopo questo estremo tentativo di fare chiarezza inizia un periodo di relativo oblio.

 

Voi direte: bene! Si vede che chiarezza è stata fatta; quindi perché parlarne ancora?

Mi dispiace deludervi; il fatto è che magari come succede in tante normali famiglie, dopo due ore di litigate furibonde tutti “mollano” solo perché sono esausti!

La chiarezza NON è stata fatta; anzi sono proprio i due report a dimostrarlo.

Come prova riferisco solo un fatto: nel report “Knows and Unknows” (molto più serio dell’altro), mentre da una parte si continua a difendere la “correttezza teorica” dei test, alla fine si decide di elencare i punti su cui non si sa quasi nulla e su cui quindi non si è d’accordo. Sono 7 e tutti abbastanza pesanti.

 

Brevemente:

  1. La genetica contribuisce certo alle “differenze psicometriche individuali per l’intelligenza”, ma nessuno sa come ciò avvenga (aggiungo: nemmeno “quanto”);
  2. I fattori ambientali contribuiscono “sostanzialmente” allo sviluppo dell’intelligenza, ma non sappiamo quali siano e come influiscono;
  3. Il ruolo della nutrizione rimane oscuro;
  4. Sembrano esserci correlazioni tra intelligenza ed alcune “misure di velocità di information-processing” del cervello; ma non si sa come;
  5. I punteggi medi delle (di alcune) popolazioni sono cresciuti in modo costante negli ultimi 50 anni (3 punti ogni 10 anni): l’EFFETTO FLYNN; non si sa perché (in realtà Flynn ne ha discusso molto estesamente);
  6. Esiste uno scarto medio nei test QI tra bianchi e neri (una deviazione standard), e non dipende da bias evidenti dei test. Sono state proposte spiegazioni basate su fattori sociali (caste/culture) ma non c’è supporto sperimentale. DI SICURO NON ESISTE UNA SPIEGAZIONE GENETICA. Al presente non si sa cosa generi questo differenziale.
  7. Esiste un accordo generale che questi test standardizzati NON “campionano” TUTTE le forme di intelligenza. Esempio: creatività; saggezza; senso pratico; sensibilità sociale.; altro

 

Lascio a voi ogni commento; dopo tanti anni di studi e ricerche, questo sommario è imbarazzante.

 

Chi vuole può trovare il report a: http://psych.colorado.edu/~carey/pdfFiles/IQ_Neisser2.pdf

 

3.5.   Sintesi finale della storia dei TEST QI

  • Binet ha introdotto nel 1906 il primo “TEST di I.Q.”; oggi arrivato alla versione 5; e modificato come STANFORD-BINET; Oggi ce ne sono in commercio almeno 50 diversi; fatti da enti vari e società private;
  • Includiamo anche i test di ammissione ai college USA, SAT e ACT, ecc; vengono usati pervasivamente per : clinical and neuropsychological assessment, educational placement, compensation evaluations, career assessment, adult neuropsychological treatment, forensics, and research on aptitude
  • Quelli più diffusi sono: a) Wechsler (WAIS; WISC); b) Collegiate; c) Stanford-Binet; d) Cornell; e) Ennis-Weir;  f) Raven; etc.
  • Per dare una dimensione, sappiamo che SAT e ACT vengono somministrati in USA ad almeno 3 milioni di studenti per anno. Tali test per altro sono somministrati in tutto il mondo: vedere la lunghissima lista su Wiikipedia;
  • Il test Binet all’iinizio era “monodimensionale”. Pian piano però tutti i TI hanno preso una forma tipica dove le domande sono strutturate per N classi e M sottoclassi. Si è arrivati fino a 200 domande; per almeno una dozzina di classi. Più tipico è un N di circa 6-8, dove queste classi ovviamente sono diventate “le intelligenze”: logica, spaziale, verbale , ecc.
  • Sono apparsi i primi schemi a piramide (3 livelli); dove alla base ci sono “funzioni elementari”; in mezzo le classi più generali, di cui sopra, ed al vertice una “Intelligenza generica” denominata g (minuscolo).
  • Recentemente Howard Gardner ha proposto infatti la sua teoria delle “intelligenze multiple” (8 o 9), tentando per la prima volta un appoggio sulle neuroscienze. Per Gardner una INTx per essere tale deve essere a) localizzabiile; b) danneggiabile; c) gradualmente migliorabile; ecc.
  • A tutt’oggi il settore è estremamente conflittuale.  Ci sono due scuole di pensiero opposte.
  • La prima dismette in toto l’idea di “g”; l’uso delle correlazioni, ecc. Capostipite fu Stephen Jay Gould. Si parla apertamente di tautologie; teorie non falsificabili; artifizi statistici; ecc.
  • Dopo lunghi anni l’APA (Associazione degli Psicologi) ha preso una posizione favorevole ai TIQ; dicendo in pratica che sono meglio di niente, ed hanno comunque una loro utile stabilità; ecc. In difesa si è schierato JENSEN; che è stato però punto per punto contraddetto da FLYNN.
  • JAMES FLYNN probabilmente è il più grande studioso vivente di TI; autore dei famoso “principio di FLYNN”, per cui si evidenzia una crescita del TIQ medio di 3 punti ogni 10 anni. FLYNN, insoddisfatto dei TIQ correnti, ha introdotto un suo test (FISC; FLYNN index of Social Challenge); completamente diverso dagli altri.

4.      Intelligenze – aliene, collettive, passate

Continueremo ad esplorare, e alla fine delle nostre esplorazioni,

ci troveremo al punto in cui siamo partiti, e conosceremo il posto per la prima volta.

T.S. Eliot

Remember your humanity, forget the rest!

B. Russell

 

Avviamoci ad una conclusione.

 

Tutto quello che abbiamo detto, a questo punto, dovrebbe far sorgere al lettore curioso una unica, grande, pervasiva domanda: ma perché si parla ormai solo di intelligenza delle macchine e nessuno parla proprio dell’intelligenza umana? La conosciamo così bene? Si è ormai fermata? Si è sclerotizzata al punto tale da farsi superare facilmente da una macchina? Da dove viene; dove va? Sappiamo come era in noi centinaia di migliaia di anni fa, quando eravamo piccole scimmie; sappiamo come interagiva con gli “istinti e bisogni” dominati dalla lotta feroce per la sopravvivenza? Sappiamo come si è modificata con il “processo di domesticazione” avvenuto con l’agricoltura? Lo stesso processo che è in grado di modificare profondamente gli animali? Se come sostengono molti, l’intelligenza umana è esplosa con la tendenza profonda a collaborare (tramite il linguaggio; la comunicazione della conoscenza e quindi la cultura), perché sia noi che eventuali future macchine dovremmo sterminare proprio quelli con cui ci piace collaborare?

 

4.1.   Intelligenze aliene

Insomma ne sappiamo così poco che qualcuno (Kevin Kelly) ha proposto di definire IA non come “Intelligenza Artificiale”, ma come “Intelligenza Aliena”, perché NESSUNO può sapere COME sarà una futura IA!

 

Proponiamo pertanto questa nuova classificazione:

  • IU = Intelligenza Umana. Dovremmo conoscerla meglio delle altre, avendola “a bordo”; come oggetto misurabile è stata sinora gestita dagli “psicometristi”, come si è visto.
  • IA = Intelligenze aliene. Tutte le altre. Ad esempio:
    • IAR = Intelligenza Artificiale: quella dei vari Mc Carthy; Minsky, Papert? Non tanto. Più quella di Wiener, Mc Culloch e Pitts, Heinz von Foerster.
    • IAN = Intelligenze Animali. Dall’ape  al polpo, al Jack Russell.
    • IVE = Intelligenze Vegetali. Se ne parlerà sempre più. Pensate al sofisticatissimo sistema radicale di una pianta come ad un vero e proprio Sistema Nervoso
    • IEX = Se mai indomani incontreremo gli extraterrestri..

 

Considerando l’inveterato “bias antropocentrico” umano, è molto difficile per noi conoscere bene le IA. Per la verità, dobbiamo confessarlo, noi adulti abbiamo avuto enormi difficoltà a studiare obiettivamente la IU persino dei nostri bambini, considerandoli per secoli quasi degli animaletti; incapaci per sino di provare dolore, né tantomeno pensieri od emozioni sofisticate. Che dire allora degli esperimenti di Paul Bloom (Ricercatore allo Infant Cognition Center di Yale) descritti nel suo libro del 2013: “Just Babies. The Origin of Good and Evil”, dove egli mette alla prova le capacità cognitive di neonati con meno di un anno di vita. La cosa sbalorditiva è che essi sembrano già possedere un “senso morale”, distinguendo e disapprovando “azioni ingiuste”.  

 

Passando all’incomprensione verso gli animali, se non fosse penosamente drammatico (per le torture loro inflitte, dietro non sempre giustificati paraventi scientifici), ci sarebbe da sorridere ripercorrendo la paradossale rincorsa tra etologi, psicologi, studiosi cognitivi ecc., a porre lo steccato definitivo che divideva nettamente la NOSTRA intelligenza dalla LORO.

 

In pratica succedeva che nell’anno T1 si sostenesse che l’animale X non avrebbe mai avuto la qualità (cognitiva) Y1 (ad es. usare strumenti). Quando nell’anno T2 l’animale Xn (istanziazione della classe X) ci riusciva, gli scienziati reagivano dicendo: ohibò, non ce l’aspettavamo; benissimo, allora vuol dire che la funzione Y1 NON è veramente e fondamentalmente umana; troviamone un’altra: Y2!

 

Inutile continuare la lista; il lettore avrà capito che questo “balletto cognitivo” è andato avanti imperterrito in tutti questi anni, per Y3, Y4, Y5, ecc. Le “funzioni” sono via via cambiate: tra uso di strumenti, linguaggio, logica, capacità matematiche, fino alla “prova dello specchio” che implicherebbe una “teoria della mente” come la nostra. Insomma, in queste macchine “aliene” che sono proprio accanto a noi – in cani, gatti, corvi, polpi, corvi, cornacchie, per non parlare dei soliti scimpanzé – è presente una intelligenza notevole, che, ci azzardiamo a dire, potrebbe non essere tanto inferiore alla n